LA TEBALDI E VERDI

Desdemona, angelo offeso

È la sposa infelice del Moro di Venezia che ci torna più utile in tale filosofia, quale miglior compendio della commistione tra tratti angelicati e voluttà sacrificale di molte eroine dell’opera ottocentesca. Crediamo, difatti, che mai sia esistita interprete altrettanto conscia del volere verdiano che auspicava testualmente sapesse esprimere «passione calma ed aristocratica» confidandole, non a caso, le più belle melodie tra le sue ultime. Con Desdemona prenderà avvio il sodalizio scaligero De Sabata-Tebaldi (1949) e troverà fondamento nel ’55 anche il coup de foudre del pubblico newyorchese per una Tebaldi allo zenith del suo splendore vocale: «Bella a vedersi…simile nell’aspetto all’immagine di un antico dipinto fiorentino…musicista per sapienza e per gusto» a dirla con Olin Downes sul ‘New York Times’, avvalorando l’opinione tuttora prevalente che mai sia esistita interprete altrettanto conscia del volere verdiano che auspicava che questa sua creatura sapesse esprimere «passione calma ed aristocratica».
Vincenzo Ramón Bisogni

 

Violetta, angelo caduto

Siamo convinti che mai e poi mai una interprete artisticamente consapevole abbia sottovalutato la difficoltà di scelta di una chiave di lettura tra quelle opposte a cui sembra prestarsi la protagonista di “Traviata”: l’altera signora del demi-monde parigino di metà ‘800 o l’infelice creatura nelle cui vicende il musicista aveva dolorosamente identificato l’intristita storia della sua donna?

La Tebaldi scelse, intuibilmente, questa seconda visione e fu una Violetta che, dal primo approccio catanese del 1947 fino alle ultime prove al Met nel ‘57, si arricchì di dolente verità attraverso un’evoluzione interpretativa sapiente che la depurò via via da ogni improprietà verista. Ad esprimere la resa di una tal Violetta ci sembra idoneo il giudizio di Alberto Pironti che parla di canto paradisiaco e, testualmente, di «purezza del timbro, calore dell’impasto, flessibilità del fraseggio insieme all’ampio volume, alla pienezza del suono, alla ricchezza delle vibrazioni, qualità cui corrisponde un temperamento squisitamente lirico, alieno da violenze e da eccessi passionali»; sebbene qui bisognerebbe pur sottolineare la carica di enfasi romantica e disperata dell’‘Amami, Alfredo’.
Vincenzo Ramón Bisogni

 

Alice, angelo birichino

Nessuno negherebbe che “Falstaff” sia prevalentemente opera di assieme, da coordinare a mezzo di una concertazione tecnicamente agguerrita e musicalmente fantasiosa. Nel 1949, a Lisbona, la Tebaldi , debuttando in “Falstaff”, si presentò come piacevolissima signora Ford, divertito angelo di fedeltà coniugale, non alieno da tiri birichini (quando non addirittura birboni) se toccata da risibili insidie nel suo pacioso menage e, perché no?, piccata nella sua muliebre vanità. A lei non riuscì difficile emergere, oltre che per l’inappuntabilità negli interventi collettivi, anche nell’elegante replica, non priva di dolce malizia, a Sir John (‘Ogni più bel gioiel mi nuoce e spregio… mi basta un vel legato in croce, un fregio al cinto e in testa un fior’); e, ancora, con il burlesco rabbuiarsi dei suoni nell’anticipo della tregenda risolto, alla conclusione, dal più leggiadro degli alleggerimenti di suono consentiti a una cavata del suo calibro; in più, scenicamente, come da preannunzio epistolare di Sir John Falstaff cavaliere, il suo bel viso risaltò davvero “come una stella sull’immensità”.
Vincenzo Ramón Bisogni

 

In ‘Messa di Requiem’, angelo penitente

 

Cantata tra ‘50 e ‘51 sotto la direzione di una triade direttoriale di eccezione (Toscanini, De Sabata e Guido Cantelli), portato anche a Londra con la Scala e a Parigi con il San Carlo, il “Requiem” verdiano consentiva alla voce della Tebaldi di figurare splendidamente in una tessitura vocale che esige pianissimi e legati preziosi, portamenti magistrali ed effetti d’eco. L’impatto della cavata, piena, vellutata, s’avvaleva a un tempo di una trasparenza assolutamente non comune: pur ancorato all’umanità verità, a dolorosità terrene, compiva il miracolo di suggerirci il paradiso.
Vincenzo Ramón Bisogni

 

 

Aida, angelo della nostalgia

Convinta da Toscanini in persona che le illustrò il personaggio della principessa etiope prigioniera in Egitto non diversamente da quello di una creatura infelice piagata da una no¬stalgia esistenziale, Renata Tebaldi si decise a interpretare la sua prima Aida alla Scala nel 1950. E 40 anni dopo, a Toscanini fa così eco Carlo Majer: «…la sua linea vocale è quella di una colomba che tenta invano di uscire dalle stanze monumentali dei palazzi di Menfi: un volo verso l’alto, una ricaduta, un altro volo…Nella notte nilotica la ritroviamo sola con la sua nostalgia…La Tebaldi risolve le incertezze del personaggio con una calibratura intelligentissima di timbro e di colore, più che di contrasti dinamici e, a volte sembra proporre finezze musicali da tono-su-tono: era grande».
Vincenzo Ramón Bisogni

 

 

Giovanna d’Arco, angelo guerriero

Le celebrazioni del primo cinquantenario dalla morte di Verdi diedero a Renata Tebaldi l’occasione di cantare a Napoli il ruolo della Santa guerriera, patrona dei francesi, e lei si dimostrò a perfetto agio in uno di quei ruoli che sapevano ispirarle trasfigurazioni vocali nelle apoteosi finali, ma fu altrettanto ammirevole nei momenti cabalettistici propri del primo Verdi, facendone una personale creazione, sublimata nelle commosse pagine della morte.
Questa “Giovanna d’Arco” le guadagnò straordinarie accoglienze da pubblico e critica: di «intensità e controllo di una grande e ricca voce, specialmente memorabile nei passaggi in ‘pianissimo’» scrisse Howard Taubman sul ‘New York Times’ del 2.7.‘51; a sua volta, per le recite parigine all’Opéra, Denis Hermant di ‘France-Soir’ riferì che l’intera sala «sembrava avesse acquisito riflessi mediterranei. Si acclamava con frenesia… La squisita Tebaldi dovette inter¬rompere un’aria del Prologo riuscendo a terminarla solo quando l’entusiasmo si fu calmato».
Vincenzo Ramón Bisogni

 

Leonora di Vargas, angelo piagato

 

Altrettanto mirabile fu la Leonora de “La forza del destino”, cantata per la prima volta nel ‘53 a Firenze, sotto la bacchetta immensa di Dimitri Mitropoulos. Esemplificativamente, tra le recensioni tutte entusiastiche, citeremo quella irrinunciabile di Rodolfo Celletti: «L’eleganza, la duttilità, la coerenza con le quali Mitropoulos lascia che la Tebaldi effonda suoni dolenti e paradisiaci in tempi larghi ed agevoli, ci danno un Verdi assai più autentico di quello piatto, chiassoso, frettoloso e falso-drammatico che di solito ci è propinato. …la Tebaldi emerge non soltanto per le qualità vocali, ma per un’interpretazione appassionata, patetica, vibrante».
Vincenzo Ramón Bisogni

 

 

Maria Boccanegra, angelo pacificatore

L’eroina genovese fu un’acquisizione esclusivamente statunitense nel repertorio della Tebaldi che amò moltissimo questa figura, dolce e imperiosa assieme, come si addice allo status della figlia di un Doge. Dalla prima interpretazione a San Francisco nel 1956, le restò in repertorio fino a tutto il 1969. Di tale predilezione ci rende conto la bellezza del canto che il soprano espande melodiosamente, come balsamo consolatorio, sugli splendidi concertati che concludono primo ed ultimo atto dell’opera.
Vincenzo Ramón Bisogni